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un’origine

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È la prima foto, forse. Se non la prima è tra le prime. Ricordo molto bene la situazione, ma non con quale macchina fotografica l’ho fatta, sicuramente una macchina non reflex a ottica fissa. Avevo 15 anni e per ancora un paio d’anni non avrei posseduto una reflex. (la prima fu una Olympus OM1 che uso ancora). Trovo che sia una fotografia legata in modo particolare a come fotografo oggi. Alex Maioli, durante un suo seminario, sostenne quanto le prime fotografie spesso evidenzino lo stile, l’approccio, l’attenzione alle cose che abbiamo attraverso la fotografia. E ho trovato in questa fotografia qualcosa di originale, nel senso di un’origine, intesa come una delle possibili, di un modo di fotografare.

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Qui sono con mia madre, a due anni. Torino. Ci sono due aspetti che mi rendono questa fotografia particolarmente preziosa. La prima è che dopo 19 anni, da Cremona sarei venuto ad abitare a Torino, la seconda è che racconta di mia madre e di un assenza, quella di mio padre. In questa foto stava scattando e nello stesso anno si sarebbe ammalato iniziando un’inevitabile perdita della sua presenza. Talvolta la fotografia racchiude un’essenza, un’origine. Possibile. Siamo noi a leggerne il significato e nella fotografia convergono gli elementi per iniziare a costruirlo. Troviamo a distanza di anni i percorsi di senso, guardiamo e riguardiamo le fotografie, ma credo che ci sia una densità in alcune di queste che in certi frangenti della nostra vita emerge con forza, e ci permette di dare un significato.

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Giu

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7 Comments

  1. Ogni fenomeno, se vuoi, è l’incontro di un momento (non un istante), di un bisogno/interesse e di “fatto tecnico” che da sostanza materiale all’incontro. I primi due fattori cambiano continuamente più o meno impercettibilmente; credo che ogni fotografia, per chi vi è coinvolto sia unica e mai la stessa fino a quando i fattori rimangono in equilibrio, poi ogni sfumatura diventa terreno, talvolta anche aspro, di scoperta dei tuoi stati interiori. Da li succede di partire a costruirle un senso ma, la foto “di memoria” rimane principalmente solo un catalizzatore di dati esistenziali più o meno vivi e attuali, non riesco a pensarla come un contenitore.

    Commento by Paolo — 5 luglio 2010 @ 14:47

  2. “Trovare i percorsi di senso” vuol dire una cosa non molto lontano da quella che esprimi. Se per contenitore intendi un luogo dove le cose sono cosi per sempre, concordo. Una foto non é un contenitore, ma, dentro un certo equilibrio tra i fattori, quella foto può diventare un luogo dove il senso si costruisce cosi come può avvenire la scoperta dei propri stati interiori.
    Allo stesso tempo, se mi limito a questa fotografia, ci sono cose che possono assumere un valore anche al di la di uno specifico equilibrio (tra il momento, il bisogno e il fatto tecnico). L’abbraccio, la posa, lo sguardo, la relazione fisica e prossemica (aspetto questo che si ripete ad esempio in molte altre fotografie), sono particolari e per noi (non solo individui, ma cultura) possono rimandare a taluni significati piuttosto che ad altri. E’ qui che si può innestare un senso interno alla fotografia che entra in relazione con il bisogno di ricostruire e di dare un significato alla propria storia.
    Da riprendere, semmai a tavola. 🙂
    alla prossima e grazie
    marco

    Commento by admin — 5 luglio 2010 @ 17:36

  3. quando il bambino era bambino…ricordava e non sapeva: le cose rimanevano impresse nella memoria suo malgrado, senza potere di intervento – senza poter trattenere, senza poter scordare. Così Nanni Moretti dice ” le merendine della mia infanzia non torneranno mai più” … impotenti di fronte al rimosso, alla perdita, e al segno che lasciano le esperienze.

    Poi si scopre la memoria – e non a caso una parola diversa, che fa appello all’intelligenza, rispetto al termine ri-cordo.

    La fotografia fissa nella memoria – su cui il visivo ha via via più potere. E allora forse la fotografia dice e tradisce insieme.
    Perché nelle foto selezioniamo il cosa – chi fotografa una litigata? – e si finisce per ricordare non quanto vissuto, ma quanto fotografato, costruendoci un’altra realtà. Ma forse è la memoria che non può che tradire il vissuto, allontanandoci da esso mentre tentiamo il ritorno.

    La fotografia tradisce perché ormai siamo immersi nel fotografico e sappiamo troppo bene come siamo, come appariamo.
    Le foto antiche hanno un sapore diverso. Le foto degli uomini degli anni 30 in posa come nei ritratti dei nobili erano impostate, ma le stesse persone riprese nelle vacanze, nel quotidiano erano ingenuamente legati al momento. Nelle foto di oggi spesso le persone sembrano invece legate alla fotografia. Conosciamo come siamo quando facciamo certe espressioni perché ci siamo visti in n fotografie, e così ci falsiamo – persino quando non c’è la macchina – riproducendo un’icona di noi stessi o di una visione, addomesticando i nostri muscoli facciali.
    Eppure tutto parla di noi. anche questo atteggiamento. E le tracce sono impronte, sempre. La fotografia non tradisce quello che si è vissuto; siamo forse noi che rischiamo di perderci parte di un’esperienza facendo più caso all’impronta che a quello che la genera.

    Commento by Cristina — 21 luglio 2010 @ 17:50

  4. Trovo commoventi e grondanti di storie le pieghe dell’emulsione che si è seccata, gli angoli sgualciti della foto: indizi che la fotografia (oggetto) rilascia per arricchire i racconti nascosti sotto la superficie e da rintracciare – come un Auguste Dupin – da parte di chi legge questa fotografia (immagine). Sprigionano l’idea di un oggetto custodito con amore negli anni, di immagine guardata e riguardata; sanno di traslochi e case diverse; forse anche di un rinvenimento casuale tra i fogli di un album di famiglia, creduto disperso. Sono queste rughe della foto, queste materializzazioni del tempo e della memoria che mi stordiscono: ho sempre faticato per trovare equivalenti visivi da collocare dentro l’immagine, e poi, tac!, eccone uno straordinariamente forte, un impasto nuovo e semplice. Una ruga nella carta …

    Commento by enrico prada — 8 ottobre 2010 @ 13:58

  5. Enrico, direi che cogli perfettamente il senso di quella foto. Comprese anche le riflessioni sul suo uso. I traslochi, reali, i rivestimenti, reali, i tanti sguardi, reali. Non aggiunerei altro, se non rileggermelo.

    Commento by admin — 8 ottobre 2010 @ 16:50

  6. al commento 1 di paolo: sono d’accordo sul “presente” di qualunque oggetto/percezione/memoria.
    al tuo commento 2: c’è tra Sapiens Sapiens una relazione NON-FISICA? ESEMPI please!

    Commento by beppe q. — 28 gennaio 2011 @ 14:43

  7. Beppe, ne abbiamo parlato a voce…il bello é che rileggendo la questione della relazione non fisica, devo richiederti un paio di cose
    prossimamente
    marco

    Commento by admin — 5 aprile 2011 @ 18:46

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